Arte in guerra continua

I sacchi di sabbia davanti a san Marco
e la pala di Tiziano in fuga sull’acqua

Per evitare danni ai tesori artistici e architettonici, si studiarono gli espedienti più vari.
Fino a staccare i teleri del Tintoretto a san Rocco e a ripiegarli come enormi cilindri

Città letteralmente impacchettate, da Venezia a Ravenna. Impalcature, sacchi di sabbia, gabbie, argani. Si studiò di tutto per evitare il rischio di ridurre in frantumi millenni di storia. «Sin dall’inizio del conflitto — ricorda Marta Nezzo, dell’università di Padova — si cominciarono a studiare le strategie di protezione».

«La chiesa di San Marco a Venezia è coperta da barricate di legno così come palazzo Ducale», continua. Sacchetti di sabbia, quadri imballati e spediti in Toscana o nel Lazio, affreschi protetti da una «barriera» di materassi nelle chiese. Alcuni aneddoti meritano, a cominciare dal viaggio che fu costretta a fare la bellissima Pala dell’Assunta dipinta da Tiziano e custodita nella basilica di Santa

I sacchi di sabbia davanti a San Marco
I sacchi di sabbia davanti a San Marco

Maria Gloriosa dei Frari. Essendo una enorme tavola, venne imballata e chiusa in una cassa di legno sigillata. Poi la portarono sul Canal Grande, per spedirla a Cremona attraverso vie fluviali. Quando la cassa passò sul Canale, i veneziani sapevano benissimo che cosa c’era dentro e così in città si manifestò una commovente manifestazione di devozione, con i fedeli che si inginocchiavano alla vista di quella singolare bara e accendevano candele. «Ci si rendeva conto —afferma Marco Pizzo, vice direttore del Museo centrale del Risorgimento di Roma — che quelle cose preziose erano parte dell’italianità e così come si difendevano i territori, andavano difesi anche i dipinti». Ma il viaggio dell’Assunta non si fermò qui: giunta a Cremona, fu messa su un treno speciale e spedita a Pisa, dove riuscì a sopravvivere ad una piena dell’Arno e successivamente arrivò a Roma. Il Vaticano fu molto collaborativo in questo caso.

La sfida dei cavalli di san Marco e gli argani del Colleoni

Un caso particolare fu la messa in sicurezza dei cavalli bronzei sulla facciata della basilica di san Marco. Vennero staccati e legati con un complicatissimo sistema di corde e poi spediti a Roma, a Palazzo Venezia. Non una sede qualunque: quella infatti prima era la sede dell’ambasciata d’Austria e dunque metterli lì fu una sorta di «sfregio» al nemico. Per il Monumento equestre a Bartolomeo Colleoni

Il monumento al Colleoni
Il monumento al Colleoni

di Andrea del Verrocchio, le cose furono più complicate. «Si trattava — spiega Pizzo — di tonnellate e tonnellate di bronzo fuso. Come fare per trasportarlo? L’idea rivoluzionaria fu allora quella di creare dei veri argani medievali, una tecnologia semi avveniristica perché, sul momento, venne inventato qualcosa di cui non si conosceva bene il funzionamento». A Padova il Monumento equestre al Gattamelata di Donatello venne coperto da una tettoia spiovente prima di essere smontato e trasferito altrove. Il Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna aveva un aspetto surreale, completamente «impacchettato», mentre Bologna tese una solida impalcatura intorno alla sua statua di Nettuno. Ma c’è un aneddoto molto particolare che riguarda il meraviglioso ciclo di teleri, realizzato da Tintoretto nelle tre sale della Scuola grande di san Rocco a Venezia tra il 1564 e il 1588. La confraternita di san Rocco in un primo momento si rifiutò di rimuovere le opere d’arte, perché non voleva saperne di correre il rischio di rovinarle. Ma la prima bomba che cadde su Venezia fece cambiare idea a tutti e così, in un giorno appena, i teleri vennero ripiegati in enormi cilindri arrotolati, pronti a essere trasferiti.

Le città si scoprirono improvvisamente fragili

Le bombe che cadevano su Venezia, Padova, Vicenza e sulle altre città d’arte fornirono la consapevolezza moderna della fragilità di queste capitali dell’arte. Ci si rendeva conto che la guerra era capace di distruggere per sempre quello che la storia aveva costruito e così i cittadini contribuirono a mettere in salvo dipinti e sculture. Pochi furono i casi come quello di Verona: nell’arena furono stipati gli animali (anche se le tombe degli Scaligeri vennero sepolte sotto enormi cumuli di sabbia). È così che si capisce il senso del discorso fatto all’epoca da Ugo Ojetti, a capo della delegazione per la tutela delle opere d’arte. Per lui, quella del nemico non era soltanto una furia nata con la dichiarazione di guerra. «È un’ira tenace —scrisse — che dura da secoli, fatta di invidia e di viltà: invidia di quello che i nemici non hanno, che non potranno mai avere e che è il segno dovunque e sempre riconoscibile della nostra nobiltà, così che ferir l’Italia nei suoi monumenti e nella sua bellezza dà a costoro quasi l’illusione di colpirla sul volto». Un’intuizione che nella Seconda guerra mondiale si rivelerà più concreta di quanto si potesse immaginare, visto che il nostro Paese venne depredato di centinaia di opere mai restituite. Ojetti sintetizzò questo presagio con un lamento sconsolato. «Chi ci darà quel che s’è perduto?»

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