Arte da proteggere

Diventammo i numi tutelari del bello

L’azione di difesa nei confronti del patrimonio artistico trasformò l’Italia in un Paese pionieristico nella tutela dei beni culturali. Tanto da difendere la Badgad a rischio

«Nei giorni precedenti l’apertura delle ostilità avevo premeditato un’azione che prometteva successo purché si fosse svolta immediatamente allo scoppio della guerra con l’Italia. Già fin dal 23 maggio tenni pronta la flotta a partire da Pola all’imbrunire». A scrivere questi propositi bellicosi è l’ammiraglio

L’arco di Traiano ad Ancona
L’arco di Traiano ad Ancona

Haus, comandante in capo della marina da guerra austro-ungarica. E l’azione cui fa riferimento, che scatterà il 24 maggio verso le 4 del mattino, ossia a guerra appena dichiarata tra l’Italia e gli Imperi centrali, è il bombardamento della costa adriatica della Penisola con ben otto formazioni di navi di diverse dimensioni.
Il gruppo A, in particolare, composto da una nave da battaglia, quattro cacciatorpediniere e ben 20 torpediniere, bombarderà Ancona: 49 minuti di cannonate che provocano 63 morti e 150 feriti. Tra i molti edifici colpiti ci sarà anche il duomo di San Ciriaco. Ed è questo trauma che fa partire l’azione di tutela del nostro patrimonio storico monumentale, che interesserà tutta la costa aperta all’offensiva austriaca e molte località del Veneto. Un’operazione gigantesca, (ben descritta da questo speciale di Corriere.it) che farà da apripista da numerosi provvedimenti analoghi presi in molti Paesi belligeranti e che sarà poi replicata su scala molto più vasta nella Seconda guerra mondiale.

Una tradizione, questa dell’Italia come pioniera nella tutela dei beni culturali dalla offese degli uomini, che si perpetuerà fino a un passato recente: fu all’Italia che venne affidato una parte importante dell’azione di tutela nei confronti del patrimonio del museo di Bagdad, saccheggiato dopo la seconda guerra del Golfo del 2003. I nostri governanti del 1915-18 si resero conto in fretta che l’immenso potere distruttivo delle armi moderne non spegneva solamente vite umane ma cancellava anche opere insostituibili del patrimonio artistico e culturale dell’Italia. In altre parole rischiava di essere spenta e uccisa l’anima di un Paese come il nostro, che custodisce (a oggi) il più alto numero dei siti culturali riconosciuti dall’Unesco a livello mondiale (44 su 779). Ancora adesso stupisce lo sforzo immane che, con le scarse risorse tecniche del primo ventennio del secolo scorso, riuscirono a compiere i ministri dell’Italietta liberale di cento anni fa per mettere al sicuro i cavalli di San Marco a Venezia come la basilica di Sant’Antonio a Padova. E viene un po’ di tristezza a pensare che non più di cinque anni fa un ministro dell’Italia di oggi, Giulio Tremonti, disse convinto che «di cultura non si vive». Forse. Ma di certo senza cultura e arte si muore.

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